Parigi. Rémi Brague: «Siamo pazzi per troppa ragione»

Attualità

20 Giugno 2021

Daniele Zappalà, Parigi giovedì 28 maggio 2020

Il filosofo cerca di tornare alla saggezza che deve fondare l’Europa: «Vogliamo andare sempre oltre, ma oltre cosa? La nostra storia è un misto di frumento e zizzania, il nostro compito è discernere»

Per il grande scrittore britannico Gilbert Keith Chesterton (1874–1936), il mondo moderno è «saturo di vecchie virtù cristiane divenute folli». Una riflessione, questa, di cui il filosofo francese Rémi Brague si è servito per riannodare i fili di una serie d’importanti saggi brevi, raccolti adesso oltralpe col titolo Des vérités devenues folles. La sagesse du Moyen Âge au secours des temps modernes (Salvator). «Chesterton ha pure parlato di ‘verità’ divenute folli e ho preferito riprendere questa versione. Egli definisce inoltre la follia con una formula altrettanto celebre, ovvero il fatto d’aver perduto tutto, salvo la ragione. Una volta perduto il contatto con la realtà, la ragione ‘vira nella follia’, come si può dire di una ruota dentata che non trasporta più nulla e sfugge al controllo», spiega Brague, la cui vasta riflessione si è arricchita negli ultimi anni di un versante spiccatamente etico: un’opera di scavo fra le soluzioni vecchie e nuove per evitare proprio una forma di follia collettiva di matrice modernista che fra l’altro, in questi mesi, trova forti risonanze nella crisi sanitaria globale.

Professore, lei sostiene che una certa saggezza medievale potrebbe «soccorrere» la nostra modernità sofferente. Come?

Fornendo a tutte le nostre costruzioni il basamento che potrebbe permettere loro di non crollare. Non auspico l’abbandono delle conquiste della modernità, ammesso che sia possibile. Al contrario, vorrei veder proseguire l’avventura umana, ma su basi solide. Ho talvolta l’impressione che stiamo vivendo quella scena da cartone animato in cui un sonnambulo continua a camminare per aria, senza più il tetto sotto i piedi, cadendo solo quando se ne accorge. Parlo proprio del mondo reale. Per rispettarlo, occorre che abbia del merito e dunque, in fondo, che sia buono. Credere nella bontà di ciò che esiste, ovvero la fede nella creazione di un Dio benevolo, è forse ciò che il Medioevo potrebbe insegnarci di più fondamentale.

In questi mesi di pandemia, si discute tanto di libertà, una nozione da lei lungamente sondata. È davvero urgente praticare nuovamente una libertà concepita come «libero accesso al Bene»?

Per esser chiari, la visione dominante della libertà, amplificata e profusa dai media, è riassunta da quanto dicono i bambini di 6 o 7 anni: «Voglio fare ciò che voglio, come voglio, quando voglio e così via». L’età mentale di molti dei nostri contemporanei, o meglio la loro età affettiva, anche fra gli intellettuali più brillanti, non è sempre di molto superiore. Per la pubblicità, essere liberi vuol dire poter comprare ciò di cui vi faccio credere che avete bisogno. Occorre dunque imparare, o reimparare, che la libertà non è una ‘caduta libera’, ma la ‘pista libera’ aperta a chi vuol fare il bene.

Nel pensiero e nella cultura europei, scorge già dei segni di una riconsiderazione dell’eredità fertile della saggezza medievale?

A dire il vero, non più di tanto. Certi autori propongono di attingere direttamente dalle fonti medievali delle risposte ad alcuni dei nostri problemi. Penso allo statunitense Rod Dreher, con la sua ‘opzione Benedetto’. Penso pure al grande medievista che fu Étienne Gilson, scomparso nel 1978, e a tutta la saggezza che ha saputo trarre frequentando i grandi filosofi scolastici. Ma si guardava bene dal cercar d’applicare, tali e quali, delle soluzioni che davano buoni risultati nel Medioevo, ma che sarebbero catastrofiche nel nostro mondo industriale e democratico. Si pensi ai tentativi, negli anni Trenta, di ricreare le corporazioni professionali. A ogni modo, e Chesterton lo dice in un brano che cito, il Medioevo contiene pure il meglio della saggezza antica, anzi di una saggezza di sempre.

«L’ateismo ha fallito, ed è dunque condannato a scomparire», lei sostiene evocando vari autori. La potrebbero accusare d’andar troppo alla svelta, o di essere pretenzioso. Quale ateismo moderno è al capolinea?

Se si vuol essere ascoltati, occorre alzare la voce e dire le cose francamente, rischiando un po’ di bruciare le tappe. Comincio rendendo omaggio a un agnosticismo metodologico, che non cita Dio laddove non è necessario che intervenga direttamente. Il Creatore ha dato la ragione alla sua creatura. Essa gli permette di descrivere rigorosamente le realtà fisiche e d’organizzare la vita sociale in modo pressoché stabile. In questi campi, fare l’ipotesi di Dio, come Laplace, non è necessario. Ma l’ateismo perde il fiato quando si tratta di dire perché l’esistenza degli uomini è un bene. Ora, sostengo che nessuna dominazione può privarsi di un’ideologia che la legittima. Lo si vede in politica. È pure il caso di quella che l’uomo esercita sulla natura. A lungo andare, gli occorrerà giustificarsi ai propri occhi, o scomparire. Il che non vuol dire ricevere un assegno in bianco per sfruttare in ogni modo il nostro povero pianeta.

A proposito di natura, lei cita il Leopardi dello Zibaldone per il quale un «eccesso» della ragione può condurre alla barbarie, se si dimentica l’equilibrio fra ragione e natura. Anche Giambattista Vico, lei ricorda, parlò di «barbarie della riflessione» nei Principi di scienza nuova. Approcci ancora utili e fecondi?

Sono felice d’aver contribuito a risvegliare l’interesse dei miei lettori americani e francesi su questi due grandi italiani. Ricordo la mia emozione quando, a Napoli, accettarono di mostrarmi il manoscritto dello Zibaldone. Non può esservi un eccesso della ragione, poiché non si ragiona mai troppo. Ma la ragione può perdere il contatto con la realtà. Già Aristotele diceva che, prima della ragione, vi è ciò che egli chiamava paideia, l’educazione. Quando manca, sosteneva, non si sa in che caso occorre chiedere una dimostrazione matematica e in quale sarebbe ridicolo farlo. Quest’educazione, questo modo d’essere ben educati verso le cose, di rifiutare di trattarle con barbarie, è il rispetto della realtà. Per dirlo filosoficamente: la fenomenologia ha un fondo morale.

Lei affronta pure la nozione di civiltà, evocata in questi giorni nel dibattito pubblico anche per evidenziare che la pandemia ha colpito innanzitutto delle contrade industrializzate e potenti. La colpisce questa configurazione atipica, quasi “rivoluzionaria”? Può far riflettere?

Non confondiamo civiltà e potenza materiale, tecnologica, economica, anzi militare. C’è del buono nella distinzione tedesca fra Zivilisation e Kultur, a condizione beninteso di non fare della prima un’essenza gentile e dell’altra un’essenza cattiva, e soprattutto di non riservarle l’una a un Paese, l’altra a un altro e così via. In effetti, vi è in quest’epidemia come un’eco del deposuit potentes del Magnificat. Ma mi rifiuto di vedervi qualcosa di simile a un castigo divino. Bastano già i fondamentalisti americani o musulmani per immaginarlo. Il Dio dei cristiani, invece, muore per la salvezza dei peccatori. Detto questo, le conseguenze derivano dalle cause secondo una logica abbastanza semplice: laddove non si rispettano le regole d’igiene nei mercati, o dove si mangia qualsiasi strana bestiola, o dove, forse, si cede nei laboratori a delle manipolazioni a rischio sui virus, si raccolgono i cocci e non è sorprendente. E laddove transitano i grandi circuiti commerciali, turistici, culturali, transitano inevitabilmente pure i virus. Ma al di là delle causalità e responsabilità precise, è possibile in effetti che ciò faccia riflettere coloro che prendono decisioni, magari per condurli a rimpatriare in Europa delle industrie delocalizzate troppo presto, o a trattare meglio il personale medico. Almeno, possiamo sperarlo, anche se non sono un esperto in materia.

Per Jacques Delors, da lei citato, dovremmo ridare «un’anima all’Europa». Lei ha insegnato contemporaneamente proprio nelle università di Francia e Germania, nazioni a lungo “nemiche ereditarie”, poi al centro della Dichiarazione Schuman da poco commemorata (9 maggio 1950), ma ancora non del tutto attuata. Sul piano filosofico, l’Europa medica ancora le piaghe delle proprie vecchie follie, o siamo già passati oltre?

La riconciliazione fra Francia e Germania è uno dei successi della seconda metà del Novecento. Me ne rallegro moltissimo, anche per ragioni personali: ho in effetti occupato una cattedra a Monaco e ho una figlia che vive a Francoforte. In ogni modo, cerchiamo di andare sempre oltre. Ma oltre cosa? L’Europa ha alle spalle una lunghissima storia che non comincia agli albori dell’Ue e le conseguenze del passato hanno la pelle dura. Abbiamo finito di scontare la Guerra del 1914? E la Rivoluzione francese? E la Riforma protestante? E lo scisma con l’Oriente ortodosso? In questo passato, si sono sempre mescolati frumento e zizzania, bene e male, ragione e follia, ciò che porta vita e ciò che conduce alla morte. Questa miscela è talmente complessa che è un compito arduo fare cernite, non solo per i filosofi. A ogni modo, la frontiera passa sempre dentro di noi. Attendiamo dunque il Giudizio universale, è più prudente.