L’anniversario. Sordi, uomo generoso sempre ispirato dall’Alto

Attualità

1 Luglio 2020

Nel tempo dedicato, per il centenario della sua nascita (il 15 giugno 1920), alla scrittura del libro Alberto Sordi. Storia di un Italiano, il mio pensiero è andato spesso alle serate passate con lui, con gli amici importanti ma anche con la gente semplice che lo amava e che lui riamava. Alberto era sempre Alberto, anche nella vita privata. Quando qualcuno mi chiedeva «come è Alberto Sordi nella vita?», io gli rispondevo: «Così come lo hai conosciuto al cinema».

Sempre allegro, con un cervello sempre in movimento, per cogliere un momento ridicolo, per prendere al volo una battuta fulminante. Mi è capitato anche di vederlo insieme ad amici comici. Ebbene la scena era sempre la sua, con gli altri a fare da spettatori divertiti, e con Monica Vitti a incalzarlo: «Dài Alberto, racconta di quella volta…». Ho ripensato alla sua vita privata e discreta, condotta da vero cristiano che segue il dettato del Vangelo: «Non sappia la sinistra quello che fa la destra». E la “sinistra” non seppe mai della sua opera benefica, della sua grande generosità. Lui, pubblicamente, passava per avaro anzi era l’Avaro per eccellenza, quello con la “a” maiuscola. Fu con questo argomento che lo convinsi ad interpretare l’Avaro di Molière. Tonino Cervi, il regista, mi disse che Alberto aveva molti dubbi. Io andai a trovarlo e cominciai a dirgli che alla sua età (aveva una settantina di anni) doveva dedicarsi ai classici, che in fin dei conti lui era il Molière del nostro tempo e via di seguito.

Alberto mi stette un po’ a sentire poi tagliò corto: «Tu vuoi che io faccia l’Avaro, perché alludi?» disse. «Certo che alludo, e già vedo il manifesto del film che dice: Alberto Sordi è l’Avaro di Molière!». Accettò è fece un film bellissimo. In pubblico, giocava con questa sua fama di avaro, mentre soltanto pochi amici sapevano di quello che faceva per gli anziani, per i bambini abbandonati, per i portatori di handycap. Alberto passava per avaro, perché lui lo aveva sollecitato con il suo comportamento. Una volta gliene chiesi il perché. Lui mi rispose: «Vedi, io sono stato arricchito dalla povera gente che faceva sacrifici per venire a vedere i miei film, per questo mi sarebbe sembrato di offenderli, se avessi ostentato la mia ricchezza».

Fu così che nella sua villa non si fecero mai feste hollywoodiane, fu per questo che Alberto non possedette mai una barca, fu per questo che la sua automobile fu sempre quella media, dell’italiano medio. La sua ultima macchina è stata una Fiat Tipo. Sarà avaro, dissero quelli che erano abituati a dissipare ricchezze e non capivano le sue nobili motivazioni morali. E avaro è stato fino all’ultimo, fino a quando, dopo la sua morte, non è stata svelata la verità che pochi amici, vincolati dallo stretto segreto, conoscevano. Alberto amava scherzare e lo faceva in tutte le occasioni. Lui era un eccellente imitatore ma in questo campo si esibiva soltanto per pochi intimi.

I soggetti che gli venivano meglio erano Mussolini e Papa Woityla. Mussolini, sul quale avrebbe voluto girare un film sull’uomo privato in famiglia (e potremmo facilmente immaginare che sarebbe stato un quadretto divertente sull’uomo che faceva tremare l’Italia e che in famiglia doveva subire una moglie dispotica e figli impertinenti). L’imitazione del Papa la fece di fronte al Papa stesso, che in una udienza privata disse: «È giunta alle nostre orecchie che qui c’è qualcuno che imita molto bene il Papa…». Alberto fintamente stupito rivolto alla sorella disse: «Aurelia, non sapevo che facessi l’imitazione del Santo Padre!». Anche la politica faceva parte del suo gioco. Se capiva che il suo interlocutore era di destra lui immediatamente diventava di sinistra; se invece capiva che era di sinistra, lui era di destra.

Scherzava con i fanti, ma non con i santi. Nel parco della sua villa c’è una piccola grotta con una Madonnina di Lourdes, nella sua camera accanto al letto c’è un inginocchiatoio, dove la sera diceva le sue preghiere. Era un cattolico praticante e frequentatore assiduo della Chiesa e dei Sacramenti. L’altare si può dire che fosse stato il suo primo palcoscenico, quando bambino andava a servire messa a Santa Maria in Trastevere, una delle più belle chiese romane con i mosaici del Cavallini, un pittore antecendente a Giotto. Il bambino Alberto rispondeva al sacerdote officiante con enfasi teatrale, che gli permetteva di mettersi in mostra ma che indispettiva il parroco, che lo fece smettere di servire messa. «A regazzì, tu qui non ci devi venì più, va a servì messa in un’altra parrocchia». Alberto non si scoraggiò ma pensò di sfruttare la sua bella voce bianca di soprano chiedendo una audizione a Lorenzo Perosi, il maestro della Cappella Sistina.

A Perosi piacque e Alberto trovò un altro palcoscenico che durò finché la voce rimase bianca, fino a un mattino quando, appena alzato, salutò con un vocione da basso che preoccupò subito la mamma che lo portò a far visitare. Sulla religiosità di Sordi fa fede il racconto di Gigi Magni che lo ebbe nel film Nell’anno del Signore nel ruolo del frate che doveva indurre al pentimento i due carbonari condannati a morte, per salvargli l’anima. Sordi chiese se effettivamente i due si pentivano. Magni rispose che, se si fossero pentiti, il film avrebbe avuto un finale contrario alla storia reale di questi due carbonari. Sordi rispose che se non si pentivano allora sarebbero andati all’inferno, e Magni, da buon miscredente, gli disse: «E chi se ne frega». Alberto lo guardò con occhi severi e gli disse: «Ma tu quando muori non vuoi andare in Paradiso?».

Magni non sapeva che dire, perché il problema non se lo ero mai posto. Quindi Sordi lo guardò negli occhi e gli disse serio e convinto: «Peggio per te». Poi c’era chi, volendo continuare il gioco dell’avarizia, ipotizzava che in Alberto tutto questo rientrasse in un disegno perseguito con coerenza, per guadagnarsi un posto comodo in Paradiso, una vita beata nell’Aldilà. Ma io ho sempre creduto che la sua religiosità fosse sincera e che un posticino, non so se in prima fila o se in una fila più defilata, se lo sia guadagnato.                                                                         Giancarlo Governi, Avvenire venerdì 12 giugno 2020