L’anima e la cetra. Come una farfalla effimera

Attualità

16 Agosto 2020

Luigino Bruni sabato 8 agosto 2020

Nel tempo in cui Dio creò tutte le cose, il sole creò. Il sole nasce, muore e ritorna. E la luna creò. La luna nasce, muore e poi ritorna… Anche l’uomo creò. L’uomo nasce e muore e non ritorna più.
Canto sudanese dei Denka

All’origine della vita spirituale c’è un’esperienza dell’assoluto. Una esperienza rara che accade, a ogni età, quando intuiamo che siamo solo un granello di sabbia in un mare infinito, che il mare e noi abbiamo un senso, ed è lo stesso senso. Se la vita filosofica inizia con la meraviglia di essere-al-mondo, la vita spirituale inizia con lo stupore di questo duplice-unico senso; quando capiamo che siamo farfalla effimera, nasciamo per volare un giorno solo, ma l’ebrezza di quel “folle volo” è la stessa ebbrezza dell’universo. La fotografia che fissa un solo attimo può essere bellissima come il film più bello, e persino più luminosa. Il nostro tempo è un attimo, ma ha la stessa qualità del tempo di Dio. Perché l’assoluto è entrato nel nostro tempo, noi nel suo, e sono diventati lo stesso tempo. E quando riusciamo a intonare il nostro cuore con quello dell’universo sentiamo lo stesso battito, scopriamo che i due pulsano all’unisono – la preghiera, forse, è solo questo.

I salmi sono pieni di questo stupore, cantato in molti toni, tanti quanti sono le emozioni e i sentimenti umani. Toni diversi, non sempre concordi, perché mentre eseguiamo il nostro esercizio del vivere coscienti che sarà “subito sera”, la lode si intreccia con la tristezza, la riconoscenza di essere vivi e amati sfiora l’invidia per Dio e per la sua eterna aurora. Non capiamo molta preghiera senza prendere sul serio anche la sofferenza che nasce dall’invidia per Dio. Questa tipica e paradossale sofferenza dell’uomo religioso, nei salmi è ancora più tremenda perché in quell’umanesimo la morte non è continuazione diversa dello stesso volo sotto l’ala di Dio, ma è tramonto senza nuova alba – «Compi forse prodigi per i morti? O sorgono le ombre a darti lode?» (88,11). Ci vuole molta fantasia teologica per trovare nel Salterio, in Qoelet o in Giobbe anticipazioni della resurrezione cristiana dei morti. Sta in questa assenza radicale di consolazione il grande dono dell’Antico Testamento, che non collocando il paradiso oltre la morte ci invita a trovarlo quaggiù, dove c’è davvero. Se il nostro unico volo è questo sotto il sole, se non abbiamo una seconda possibilità, allora la nostra storia è tanto breve quanto seria e importante. Davanti all’esperienza della vanitas della vita, la Bibbia sa che una delusione vera è preferibile a un’illusione finta, che la disperazione può essere una buona via d’accesso all’esistenza, certamente migliore delle consolazioni inventate. La resurrezione di Gesù fu annunciata in un umanesimo dove non doveva esserci, ed è stupenda perché ci è annunciata da una Bibbia che fino a quel “primo giorno dopo il sabato” non la conosceva.

Il Salmo 90 è una vetta, un ottomila metri del Salterio. La poesia si intreccia con la sapienza, la profezia con la teologia: «Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione. Prima che nascessero i monti e la terra e il mondo fossero generati, da sempre e per sempre tu sei, o Dio. Tu fai ritornare l’uomo in polvere, quando dici: “Ritornate, figli di Adam”. Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di guardia nella notte» (Salmo 90,1-4). Tu sei da sempre e per sempre, noi sentinelle da unico turno di veglia, profeti per una sola notte (Isaia 21).

E lì, in quel solo breve momento, incontriamo davvero Dio, ci tocchiamo veramente. Tu ci ferisci, noi ti feriamo, fino a inchiodarti su una croce. Qui il mistero, qui lo stupore, qui il dramma della vita umana: «Sono come l’erba che germoglia al mattino: al mattino fiorisce, germoglia, alla sera è falciata e dissecca… Finiamo i nostri anni come un soffio. Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, ma quasi tutti sono fatica, dolore; passano presto e noi ci dileguiamo» (90, 5-10). E si riode il canto del secondo Isaia, poeta dell’esilio: «Una voce dice: “Grida”, e io rispondo: “Che cosa dovrò gridare?”. Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua grazia è come un fiore del campo… Veramente il popolo è come l’erba» (Is 40,6-7).

Il salmista non sa bene l’origine e la radice di questa condizione umana triste ed effimera. In alcuni versi sembra dirci che è conseguenza della colpa e del peccato dell’Adam, ammiccando ai primi capitoli della Genesi – “figli dell’Adam, tornate alla polvere“. Una linea certamente presente nella Bibbia, non di certo quella più luminosa, anche se molto coltivata nel popolo e nel tempio in tutti i tempi. La linea spirituale di questo salmo è diversa. È un testo sapienziale, una meditazione sulla condizione umana, su come vivere bene il nostro breve passaggio. Lo leggiamo in uno dei versi centrali e più suggestivi: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore» (90,12). La sapienza del cuore nasce dall’imparare a contare i nostri giorni. Perché saper contare i giorni è un dono, può arrivare da una preghiera, come lo fu la sapienza chiesta da Salomone come suo unico carisma. Il salmo ci vuole dire che l’arte biblica del contare i giorni non è la conta naturale e spontanea dei nostri giorni, che da sola non è sufficiente per acquistare questa sapienza. L’orologio e il calendario qui non bastano. C’è bisogno di un altro insegnamento, di una pedagogia, di qualcuno che ci riveli qualcosa che non sappiamo fare da soli.

Perché la storia umana mostra soprattutto errori nel contare i giorni. Si contano male da giovani quando ci appaiono infiniti e la morte riguarda solo gli altri; si contano male da vecchi quando la tristezza per la fine vicina non ci fa vivere bene il giorno che stiamo vivendo; e si contano ancora peggio quando incantati dalla ricchezza e dalla forza ci crediamo invincibili e immortali, e ripetiamo a noi stessi: «Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia» (Lc 12,19).
L’arte di contare i giorni è mestiere spirituale tanto raro quanto essenziale. La prima lezione in questo apprendistato è l’evidenza di un grande sciupìo, quando ci avvolge l’impressione forte e vera di aver investito la vita nei luoghi sbagliati, e arriva la certezza che il tempo della vita è volato e la nostra vita è rimasta legata al palo. Il salmista avrà ricevuto e appreso questa prima lezione. Perché se ha pregato per avere la sapienza del contare i giorni, quel dono lo aveva già raggiunto – il primo (e forse unico) dono della preghiera è la coscienza di aver bisogno di quanto stiamo chiedendo, quindi la preghiera ottiene quanto chiede nel momento in cui comincia a pregare: iniziare una preghiera è già grazia ricevuta.

Ma quel salmista non si è fermato alla prima lezione. Lo leggiamo nel versetto che subito segue: «Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni» (90,14). Ecco la seconda lezione della sapienza donata: mentre capiamo che abbiamo contato male i nostri giorni, che non li abbiamo neanche visti mentre li vivevamo, fiorisce una nuova diversa preghiera. Si dilegua la tristezza per lo spreco dei giorni passati, scompare il dolore per la contabilità sbagliata di ieri, e nasce una nuova fame: “Saziami ora con la tua grazia-amore-fedeltà (hesed). Saziami al mattino, e da oggi sarà solo mattino: il mattino di Dio”. Nasce qualcosa di simile alla gioia paradossale che Qoelet trova oltre l’illusione combattuta con la delusione: «È meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questo il suo destino» (Qo 5,17).

È allora molto bello e pieno di speranza leggere l’ultimo verso del Salmo: «Consolida l’opera delle nostre mani, consolidala l’opera delle nostre mani» (94,17). Una frase ripetuta due volte, come in un gioco liturgico di cori – “la nostra opera, la nostra opera; consolida, consolida». È stupendo che al termine di un canto di alta meditazione sulla condizione umana, come conclusione di un salmo che ha svelato la caducità della nostra vita e ha pregato per la sapienza del cuore, troviamo l’opera delle nostre mani: troviamo il lavoro. Forse perché questo nuovo mattino arriva quasi sempre dentro i giorni di sempre, dentro lo stesso lavoro, la stessa famiglia, nella stessa comunità di sempre. È un nuovo mattino che trova Sisifo nello stesso esercizio di spingere lo stesso masso verso la stessa montagna. Quando quell’eroe tragico che siamo noi prende finalmente coscienza del proprio destino, e ringrazia il suo sasso perché capisce che è stata quella pietra a spingerlo ogni mattina verso la vetta. Si impara a contare bene i giorni quando, un mattino, torniamo in ufficio e immersi nelle stesse carte di sempre, circondati dagli stessi colleghi, sentiamo sopra la nostra scrivania la stessa vibrazione dell’universo, rivediamo nel movimento del nostro cacciavite lo stesso riflesso del gesto ordinatore di Elohim nel primo mattino della creazione.

Il Salmo 90 è l’unico che il Salterio attribuisce a Mosè: «Salmo di Mosè, uomo di Dio» (90,1). Non sappiamo in quale momento della vita di Mosè il redattore lo immaginava comporre questo canto. Per alcuni sul Monte Nebo, al termine della sua vita, fuori dalla terra promessa, in attesa del bacio di Dio sulla bocca. Forse, non lo sappiamo. A me piace immaginare Mosè cantare gli ultimi versi di questo inno alla vita mentre benediceva e lodava il lavoro degli artigiani che costruivano l’Arca (Esodo 35). Li guardava e pregava: “Consolida l’opera delle nostre mani”, e il popolo rispondeva: “Consolidala”.

Chissà, allora, se chi ha composto questo Salmo non abbia iniziato dalla fine? Mentre concludeva una sua opera sentì la tristezza per la vanità che avrebbe inghiottito anche quel suo lavoro, e provò la tipica tristezza di chi si trova di fronte all’effimero della vita. E lì gli nacque una preghiera nuova: “Dai sostanza a quest’opera, che non passi anch’essa come vento: salvala, anche se non puoi salvare me”. Da lì, da quel Sos per proteggere quell’opera dal mare del nulla, quel poeta dall’effimero giunse all’Assoluto e gli chiese di imparare a contare i suoi giorni. E mentre faceva quella preghiera scoprì che stava già contando bene un giorno, quello nel quale stava terminando quel suo lavoro. Lavorando, mattino dopo mattino, compiamo la nostra opera e terminiamo il nostro volo. Effimero, brevissimo e stupendo.