Intervista. Bettazzi: «Francesco, figlio del Vaticano II»

Attualità

16 Agosto 2020

Filippo Rizzi, Avvenire martedì 4 agosto 2020

La testimonianza del vescovo emerito di Ivrea, ultimo padre conciliare italiano vivente «Con l’elezione di Bergoglio ho visto il coronamento programmatico del Concilio a cui ho partecipato»

Nato nel 1923 il presule il prossimo 26 novembre taglierà il traguardo dei 97 anni. «Durante la pandemia mi ha fatto male percepire tanta indifferenza per i molti anziani deceduti. Tutti i malati devono avere la stessa dignità» –

Anche in questi duri mesi di segregazione a causa della pandemia provocata dal Covid- 19 il vescovo emerito di Ivrea Luigi Bettazzi, classe 1923, dal suo “buen retiro” ad Albiano d’Ivrea non ha smesso di sognare come un antico profeta dell’Antico Testamento per «un futuro carico di speranza e di spinta missionaria » per la Chiesa e il destino del cristianesimo in una società che si professa post-cristiana. Ma soprattutto in questi mesi di “prigionia forzata” e ora in questi giorni di torrido caldo africano questo affabile presule di origini venete alla guida della diocesi di Ivrea per oltre trent’anni (1966-1999) e per ben 17 di Pax Christi (1968-1985) non ha smesso di trascorrere le sue giornate all’insegna della riflessione e della contemplazione. In che modo? «Pregando, leggendo parecchio e scrivendo».

Lo sguardo di monsignor Bettazzi che è l’ultimo superstite tra i presuli italiani –«io che ero il più giovane» – ad aver partecipato «dalla seconda sessione nel 1963» come padre conciliare al Vaticano II si rivolge alle tante persone decedute a causa del Coronavirus: «Mi sono tornati in mente i numerosi anziani scomparsi nell’arco di questi mesi. E mi ha fatto male leggere in riferimento a tanti miei “coetanei” sui giornali di “morti inevitabili”. E soprattutto ho pensato all’importanza della pari dignità di tutti i malati anche quando questi sono persone al crepuscolo della loro vita».

Il prossimo 26 novembre colui che dai media negli anni Settanta veniva chiamato il “vescovo rosso” per il suo dialogo con il Pci di Enrico Berlinguer varcherà la soglia dei 97 anni. Un traguardo che non ha evitato soprattutto nei mesi precedenti al Coronavirus a monsignor Bettazzi di far sentire la sua voce attraverso conferenze, dibattiti e impegni civili – basti pensare alla sua partecipazione alla 52ª Marcia della Pace svoltasi a Cagliari il 31 dicembre scorso; appuntamenti come quelli di Cagliari che hanno permesso a questo pastore ultranovantenne e discepolo del cardinale Giacomo Lercaro, di cui fu ausiliare dal 1963 al 1966, di testimoniare e rendere viva «la lezione del Concilio Vaticano II e del Vangelo» in cui intravede il compimento ideale e reale nel magistero di papa Francesco.

E proprio con il Pontefice argentino, il 10 dicembre scorso, monsignor Bettazzi ha partecipato alla tradizionale Messa mattutina nella cappella di Casa Santa Marta con cui ha rievocato i suoi ricordi ma anche i sogni conciliari. «Ogni Papa ha fatto crescere la Chiesa, ma dopo oltre 50 anni dal Vaticano II – è la rievocazione dell’anziano presule – ha fatto eleggere un Papa proveniente “dall’altro mondo” che sta proponendo, fra tante resistenze, un’altra “transizione”. Anche questa è nella linea del Concilio, perché due caratteristiche del magistero di papa Francesco sono la sinodalità simile alla collegialità propugnata dal Concilio, che non è svalutazione della gerarchia (a cominciare dal compito del Sommo Pontefice), ma è rivalutazione del “popolo di Dio” e delle responsabilità di ogni battezzato, inserito in Gesù Cristo, profeta-sacerdote-re, e della missione della stessa gerarchia, che non è tanto quello di comandare quanto di servire, cioè di aiutare i battezzati ad essere profeti, sacerdoti e portatori di solidarietà e di pace».

La mente di Bettazzi corre proprio ai ricordi attorno al Concilio, a quella assemblea affollata da oltre 2mila vescovi: «Per me sono stati anni incredibili in cui ho toccato con mano – è la riflessione commossa – l’universalità della Chiesa Cattolica, basti pensare alla presenza di vescovi da ogni parte del mondo dall’Africa all’Asia. Lì ho potuto collaborare direttamente con uomini dello spessore del mio cardinale Giacomo Lercaro e del futuro monaco il sacerdote reggiano don Giuseppe Dossetti». E rivela un dettaglio singolare: «Un momento indimenticabile fu un mio intervento nell’Aula della Basilica di San Pietro, l’11 ottobre del 1963, una settimana dopo la mia ordinazione episcopale. Il mio discorso sulla collegialità che pronunciai in sostituzione di Lercaro impressionò tanto i padri conciliari da strappare persino l’applauso dell’assemblea».

Ma un punto fermo quasi uno zenit – secondo Bettazzi – di quella intensa avventura romana fu proprio la sua adesione, pochi giorni dalla conclusione del Concilio, al “Patto delle Catacombe”. Il testo a cui aderirono molti vescovi «quarantadue padri conciliari » tra loro numerosi latino-americani e nato su ispirazione «del collegio belga, dove si radunava il Movimento per la Chiesa dei poveri» fu firmato nelle catacombe di Domitilla alle porte della Capitale. Era il 16 novembre del 1965. «Si trattò di un documento che rappresentava una sfida “ai fratelli dell’episcopato” – spiega ancora Bettazzi – a portare avanti una “vita di povertà”, una “Chiesa povera” come aveva suggerito papa Giovanni XXIII».

E annota un particolare a questo proposito: «Sollecitati da questo ricordo mi ha colpito la decisione di alcuni membri del Sinodo sull’Amazzonia di tornare alle Catacombe di Domitilla per firmare un nuovo Patto che tenesse in conto le nuove istanze suscitate dalla recente assise vaticana dell’ottobre scorso come l’ecologia e il rispetto delle popolazioni indigene ma non dimenticasse l’opzione preferenziale per i poveri». Un frutto quello del Vaticano II che è soprattutto germogliato e si è irradiato per il pastore di formazione bolognese durante il suo lungo ministero proprio ad Ivrea: «Lì abbiamo dedicato un Sinodo diocesano dedicato alle quattro Costituzioni conciliari. E attraverso il confronto diretto nei consigli pastorali si è potuto far lievitare il Concilio e riconoscere il compito dei laici nella Chiesa».

Ma del “suo” Novecento Bettazzi fa affiorare la visione profetica che ebbe il suo antico superiore alla guida della arcidiocesi di Bologna il cardinale, originario di Genova, Giacomo Lercaro a cui «devo molto per un aspetto singolare le sue intuizioni sulla pastorale liturgica apprese alla scuola del suo maestro il sacerdote genovese monsignor Giacomo Moglia».

Nel suo lungo “amarcord” il presule rievoca i suoi “maestri di sempre”: Lercaro, «grazie a lui ho imparato l’importanza del contatto con la gente», Dossetti e don Tonino Bello. E non dimentica l’amicizia e il confronto su questioni di fede con Giacomo Biffi. «Come direbbe il compianto don Andrea Gallo dobbiamo “osare la speranza” per il futuro della nostra cristianità»

E osserva ancora: «Suscitò sentimenti di meraviglia e non solo, eravamo negli anni Sessanta, per il fatto che egli tenesse in Vescovado giovani poveri, lavoratori e studenti. Una scelta che a suo giudizio era sorta furono le sue parole per “garantirmi un contatto con la gente…”».

Un’amicizia del tutto singolare anche per la diversa visione ecclesiale fu quella intrattenuta dal vescovo emerito di Ivrea con un altro successore sulla cattedra di San Petronio: il cardinale Giacomo Biffi, scomparso nel 2015. «Ci conoscevamo dal 1951 a Parigi dove entrambi eravamo lì per perfezionare il nostro francese troppo scolastico – è il ricordo –. Da quella data siamo sempre rimasti in contatto, spesso epistolare, con lui nei suoi vari incarichi da “semplice” parroco ambrosiano, a vescovo ausiliare di Milano e poi da cardinale di Bologna. Forse per aver insegnato la teologia secondo le antiche prospettive sembrava essere un po’ diffidente verso l’impostazione conciliare e critico verso don Dossetti…per il quale, però, nel giorno dei suoi solenni funerali pronunciò un’omelia esemplare. Rincontrai “don Biffi” l’ultima volta alla clinica Toniolo pochi giorni prima della sua morte. Gradì la visita. Ci salutammo e benedicemmo da amici».

Uno spezzone certamente singolare e inscindibile della lunga biografia di Bettazzi è stata la sua guida di Pax Christi e la sua amicizia veramente evangelica e a doppio filo con l’allora vescovo di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi il servo di Dio don Tonino Bello. «Fui io a indicarlo alla Cei al cardinale Anastasio Alberto Ballestrero come mio possibile successore alla presidenza di Pax Christi – racconta –. Lo conobbi giovanissimo a Bologna durante gli anni della formazione al presbiterato e frequentandolo anni dopo da semplice parroco a Tricase mi resi conto di come esercitava il suo ministero, in stile autenticamente francescano soprattutto al servizio dei poveri. La sua lezione più grande? Essere stato un apostolo della non violenza e di essere stato un instancabile seminatore di solidarietà e di pace durante la guerra del Golfo e nella martoriata Bosnia».

Come gli antichi profeti della Bibbia anche il vescovo Bettazzi non ha smesso di sognare. E confida in una Chiesa capace di portare l’annuncio a tutti, in particolare alle nuove generazioni. «Il mio “sogno” è che ogni cristiano si renda conto della sua vocazione “missionaria” – è l’augurio finale – e che si sappia superare il “clericalismo” cioè l’esclusività che il clero ritiene di avere nell’agire della comunità cristiana. Lo Spirito Santo in questi anni non ha mancato di essere attivo e sorprendente: mi vengono in mente i tanti Movimenti sorti nel solco del Concilio, penso in particolare ai Focolari di Chiara Lubich o ai tanti carismi suscitati dentro gli Ordini religiosi nel corso di questi secoli. Talora faccio la battuta che Dio, prima di creare il mondo e progettare la Chiesa, ci ha pensato un po’, e, se poi l’ha fatto, vuol dire che ne valeva la pena. Se posso rubare un messaggio al rimpianto prete di Genova don Andrea Gallo, dobbiamo “osare la speranza”».

Il libro. «La gioia più grande? Essere prete»​

Un viaggio dentro le pieghe più intime e biografiche del suo Novecento dal fascismo al Vaticano II ma anche un “diario dell’anima” in cui emerge il vescovo in dialogo con tutti (dal comunista Berlinguer al democristiano Zaccagnini) ma anche raffinato teologo di formazione tomista.

È lo sfondo su cui si snoda l’ultima fatica letteraria ma anche teologica del vescovo emerito di Ivrea, classe 1923, Luigi Bettazzi dal titolo molto programmatico Aprirsi agli altri, aprirsi a Dio. Ragione, intelligenza, fede nella nostra vita (Edizioni Dehoniane Bologna, pagine 96, euro 10).

Nel volume l’ultimo superstite tra i padri conciliari italiani del Vaticano II racconta i suoi sogni, le sue speranze sul futuro del cattolicesimo e individua in papa Francesco il corollario perfetto di una Chiesa chinata sui poveri perché si riconosce in un «Cristo povero». In questo denso saggio vi è tutta la Confessio laudis di un anziano pastore per la sua vita quasi centenaria: compaiono tanti aneddoti sulla sua formazione al presbiterato come il fatto singolare che giovanissimo ricevette i Sacramenti della Comunione (cinque anni e mezzo) e della Cresima (verso i sette anni); si scoprono in queste dense pagine aspetti già conosciuti della complessa personalità di Bettazzi: dalla sua ammirazione per l’arcivescovo di Bologna Giacomo Lercaro a quanto il magistero del Vaticano II cambiò la sua vita di pastore negli anni del Post-concilio a Ivrea; ma dentro questo volume si evince anche la sua gratitudine verso i suoi maestri di formazione in particolare i gesuiti della Gregoriana (che tra l’altro gli consigliarono nel 1946 di votare per la Monarchia e non per la Repubblica «per non incorrere in un peccato mortale…») e non solo dai cui “buoni padri” apprese l’importanza degli Esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola.

Si scopre soprattutto di Bettazzi conosciuto come uomo del fare e dei dibattiti come ebbe a cuore nella sua vita la sua formazione accademica oltre ad essere un devoto discepolo di san Tommaso d’Aquino anche di Anselmo d’Aosta autore su cui discusse la sua tesi all’università di Bologna; nella lunga carrellata sul suo “Secolo breve” Bettazzi rievoca, ad esempio, come assieme al vescovo ausiliare di Roma il rosminiano Clemente Riva si fece da tramite con la Cei di allora per salvare in ogni modo nel marzo del 1978 la vita di Aldo Moro.

Il saggio offre soprattutto lo sguardo grato di un pastore che è stato protagonista quasi in parallelo al gesuita e allora direttore de “La Civiltà Cattolica” padre Bartolomeo Sorge di tanti dibattiti che infiammavano la vita pubblica di allora a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta; dentro queste pagine affiorano i ricordi sulla sua lunga guida sia nazionale che internazionale di Pax Christi; emergono così i temi dell’amore e della vocazione, della spiritualità del prete e della timida e prudente apertura di Bettazzi all’ipotesi dell’ordinazione dei viri probati alla luce anche del recente Sinodo dei vescovi sull’Amazzonia. Una grazia quella «del celibato e del sacerdozio» per sempre che a giudizio di Bettazzi può aiutarci a comprendere quella «totalità all’amore più grande» di impronta giovannea (Gv 15,13) che «Cristo ci ha dato e continua a darci».