Family Act. Un modello «comunitario» per l’Italia che va oltre il Covid

Solo un vero protagonismo delle famiglie incoraggiato dallo Stato può liberare tutte le energie sociali necessarie a far cogliere l’occasione di un profondo cambiamento

Gentile direttore,

ci troviamo a festeggiare l’anniversario della nascita della nostra Repubblica in un tempo di sconvolgimento del vivere sociale, umano ed economico. Il Paese ha dovuto fare scelte drammatiche che avevano avuto precedenti tanto gravi solo prima di quel 2 giugno del 1946. In qualche modo, il tempo che ci apprestiamo a vivere ha la stessa connotazione di responsabilità e insieme di coraggio e speranza che allora il nostro Paese ha saputo incarnare. È opinione diffusa che la crisi radicale che abbiamo vissuto possa dare origine a un nuovo slancio. Ma è altrettanto chiara la consapevolezza che questo accadrà solo se sapremo mettere in campo strumenti nuovi, come nuova è la sfida che ci attende.

Si tratta di facilitare scelte di investimento personale e comunitario che ci proiettino nel futuro con una fiducia rinnovata. Sono scelte che riguardano i percorsi di formazione dei giovani, di innovazione nell’ambito lavorativo e imprenditoriale, ma anche scelte familiari. Lo scenario, che già prima del diffondersi dell’epidemia avevamo davanti, è un crollo demografico che rischia di aggravarsi irrimediabilmente se non diamo concretezza a riforme oggi ancora più necessarie. Il coronavirus ci ha obbligato alla consapevolezza, dimostrando che solo una società integrata può essere all’altezza delle sfide del nostro tempo: non può più funzionare un modello sociale in cui economia, ambiente, salute pubblica, educazione, innovazione, ricerca, solidarietà, relazioni umane siano considerati ambiti distinti e trattati come tali. Il modello che si delinea davanti ai nostri occhi è al contrario un sistema unitario, in cui ciascuno di questi elementi concorre, in piena armonia con gli altri, a uno sviluppo integrale. Così come ne esce sconfitta l’immagine dell’uomo come individuo solo, diviso in categorie in base al ruolo sociale o al lavoro che svolge. La visione di società che abbiamo sperimentato in questi mesi è fondata su connessioni profonde tra il vivere personale e quello comunitario, un modello sociale in cui il lavoro e le responsabilità familiari si uniscono nella quotidianità di ciascuno, nel concreto vivente della persona.

Una società resiliente è una società che si fonda su relazioni strutturali solide e al tempo stesso dinamiche. Nel nostro Paese le famiglie hanno dimostrato di poter contribuire da protagoniste e maestre a questa struttura. D’altra parte, è questa l’idea stessa che nasce dal pensiero dei padri costituenti, come Aldo Moro aveva rimarcato parlando della necessità di dare corpo a legami e relazioni sociali: «Vogliamo dei collegamenti, vogliamo che queste realtà convergano, pur nel reciproco rispetto, nella necessaria solidarietà sociale». È questa la sfida che oggi abbiamo davanti. Ho molto apprezzato e condiviso l’impegno del Presidente del Consiglio a ripartire dal Family Act, proponendo un vero e proprio cambio di paradigma nel modo in cui progettiamo le politiche familiari. È un passo inedito, che farà la storia del Paese. Il Family Act nasce da un’idea di fondo: riconoscere le famiglie come comunità capaci di contribuire al bene e allo sviluppo della società, non semplicemente somme di individui a cui destinare sussidi in risposta a esigenze particolari. Un serio progetto di riforma per il Paese deve infatti riconoscere un ruolo primario alle cellule sociali fondamentali su cui siamo strutturati come comunità nazionale.

Riconoscere le famiglie come soggetti che, nel loro essere comunità, contribuiscono allo sviluppo di tutti significa quindi costruire una struttura (fatta di servizi, fiscalità, organizzazione sociale e lavorativa) coerente a tale scopo. Paesi come la Francia hanno impresso una svolta alle politiche familiari quando le hanno impostate non come semplice erogazione di sussidi, ma strutturando una leva fiscale adeguata che valorizzasse le scelte familiari, insieme alla promozione di una solida rete di servizi a sostegno delle famiglie stesse. È tempo che anche nel nostro Paese superiamo una visione di politiche fatte da contributi unidirezionali, che non attivano il protagonismo fattivo nella società e nel mondo del lavoro che le stesse famiglie svolgono. È tempo per uno Stato che sappia liberare e connettere energie. È tempo che l’Italia si doti di vere e proprie politiche familiari, con quella connotazione che le distingue dalle politiche sociali e sa affiancare le une alle altre anziché sovrapporle. È tempo di un piano per le famiglie di cui i cittadini conoscano con nitidezza la direzione e le diverse articolazioni, perché nelle nostre case possa tornare ad abitare la fiducia.

La sfida del Family Act proposto da Italia Viva è quella di investire nelle relazioni fondamentali come motore di speranza e di futuro per il Paese, sostenendo dinamiche positive nelle famiglie a servizio della società e nella società per le famiglie. Interventi per attivare scelte di progettualità sul lungo termine, come l’assegno unico e universale per i figli. Ma contemporaneamente un sostegno alle spese educative delle famiglie attraverso una forma adeguata di fiscalità, la riorganizzazione dei congedi parentali (mai come in questo periodo ne abbiamo imparato l’importanza), la promozione del lavoro femminile per permettere alle donne la libertà di scegliere e di realizzarsi senza dover mettere in antitesi lavoro e famiglia, la promozione di protagonismo giovanile favorendo scelte progettuali di vita, a partire dall’abitazione e i percorsi formativi.

Il metodo proposto dal Family Act, che è una legge delega, si fonda su 3 princìpi: attivazione, semplificazione, connessione, introducendo strumenti che sappiano attivare processi positivi. Si supera la logica frammentaria e a tempo determinata dei voucher, introducendo stabilità negli interventi economici. Si propone l’utilizzo del credito di imposta per le spese sostenute dalle famiglie nei loro compiti fondamentali (come quello educativo), riconoscendo che attraverso queste azioni le famiglie generano valore sociale, valore che perciò va detassato. Si investe nel lavoro e nella costituzione di una rete sociale che sappia sostenere le famiglie e con esse cooperare.

Promuovere nuove connessioni è far crescere legami di solidarietà sociale, perché realmente ciascuno possa concorrere al bene spirituale e materiale cui ci richiama la Costituzione. Investire nelle famiglie significa nutrire dalle radici questa solidarietà come responsabilità condivisa e darle una possibilità di concretezza storica. Il tempo di questo passo è adesso. «Adesso – insegnava don Primo Mazzolari – non domani».

Maria Elena Bonetti, ministra per la Famiglia, Avvenire martedì 2 giugno 2020

Ministra per le Pari opportunità e la Famiglia